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Casablanca ospita il suo primo festival internazionale di gastronomia!

 

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Dal 6 all’8 marzo, la città di Casablanca si prepara ad ospitare un evento eccezionale che riunirà una serie di chef, marocchini e stranieri, per intraprendere un vero viaggio di sensi e tradizioni!

Nell’ambito del tema “Gastronomia, una leva per lo sviluppo in Africa”, prodotti locali, piatti tradizionali ancestrali e alta gastronomia, saranno offerti, per tre giorni, ad un pubblico eclettico, sono attesi in molti per questa prima edizione del Festival Internazionale di Gastronomia della città di  Casablanca.

Per questa edizione inaugurale, la cucina africana sarà sotto i riflettori con la volontà di rendere la Gastronomia una vera leva di scambio culturale, ma anche di sviluppo economico.

E questo grazie a un programma che mette in risalto i prodotti locali che oltre ad essere esposti, verranno incorporati nelle ricette di chef nazionali e internazionali per scoperte e degustazioni gustose.

“In tutto il mondo, la gastronomia oggi rappresenta una vera leva di attrazione turistica e puntiamo sulla ricchezza del nostro patrimonio e sulla creatività di chef e professionisti ospiti, al fine di promuovere questo settore ancora poco sfruttato in Marocco “Dice Siham El Faydi, fondatore del festival.

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Notizie utili su Casablanca:

Casablanca è una città moderna e un po’ fuori dagli schemi rispetto alle altre località del Marocco ma riesce comunque a coniugare la vita urbana con le tradizioni.

Nota anche come Casa o Dar El Baida, la città di Casablanca, grazie al suo porto artificiale, è la capitale economica del Marocco dove vengono gestiti la maggior parte dei commerci esteri del Paese. Situata lungo la costa occidentale, la città assomiglia ad un centro dell’Europa del sud: cosmopolita, moderna e frenetica, nei suoi negozi troverete i marchi di lusso. Indipendentemente dal vostro budget, a Casablanca non sarà difficile trovare un buon ristorante dove mangiare. Costruita nel 1906 dove prima sorgeva una città berbera del 7 secolo, distrutta da un terremoto nella seconda metà del 18° secolo e in parte è ancora racchiusa dalle antiche mura originarie dove un labirinto di piccole strade si susseguono tra case di pietra, Casablanca oggi conta circa 3 milioni di abitanti. Al di fuori della Medina si trova la città costruita dai francesi, la Nouvelle Ville, cadenzata da viali, centri commerciali, banche, grandi alberghi e negozi moderni. Affacciata sui  giardini del Parc de la Ligue Arabe spicca la bianca Cattedrale del Sacro Cuore e verso occidente si sviluppano i quartieri residenziali. Durante le sere passeggiate lungo la strada costiera Aïn-Diab, tra il faro di El Hank e il mausoleo di Sidi Bou Abderrahmane, la principale località turistica marittima della città. Questa zona è ideale anche per ammirare degli stupendi tramonti e scatenarsi in una delle discoteche che animano questa zona. Casablanca gode di un clima mite, gli inverni non sono troppo freddi e le estati sono rinfrescate dalla brezza che soffia dall’Atlantico.

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Cosa vedere a Casablanca:

Dalla grande Moschea di Hassan II, aperta anche ai visitatori non musulmani, all‘architettura Art Déco e neo moresca, Casablanca ha più da offrire di quanto ci si aspetti. Questa città energica e moderna, con un enorme porto e una miriade di attività commerciali, come per esempio il Casablanca Twin Center, ha il suo cuore pulsante in Piazza  Mohammed V su cui si affacciano bei palazzi risalenti al 1930. Per una sosta rinfrescante recatevi al Parc de la Ligue Arabe e poi proseguite verso la Cattedrale del Sacro Cuore, il Palazzo Reale, e infine ammirate le creazioni di artisti marocchini e internazionali ospitate nella Villa delle Arti. Per i più mondani, da non perdere i beach club e i ristoranti frequentati dall’élite della città di La Corniche e, se avete qualche giorno a disposizione, esplorate i meravigliosi dintorni di Casablanca.

 

 

 

 

 

SPAGNA ON THE ROAD

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Pronti a partire? Bastano poche ore di volo per tuffarsi in una nuova avventura…Hola! Bienvenidos!

La Spagna ci attende; un Paese “dietro l’angolo”, un popolo passionale, a tratti molto simile a noi italiani, sempre pronti a far fiesta, con la musica nell’anima ed un amore profondo per la tavola.

Ed il primo assaggio dunque non può essere altro che l’antico Mercat de la Boqueria di Barcellona: banchi ricolmi di tutti i colori della frutta, luccicanti jamones appesi, profumi che si fondono e si confondono.

2019-spagna-196E si affaccia proprio sul cuore pulsante della città: la Rambla, ombreggiata da enormi alberi, popolata da tutte le generazioni, animata da artisti di ogni genere. Chiassosa, eccentrica, estremamente vivace, Barcellona ti inghiotte nelle sue piazze e piazzette, spesso nascoste nel dedalo di vicoli del Barri Gòtic; alle sei nell’aria si diffonde la musica ed i bicchieri si riempiono di fresca e dolce sangria. Al mattino, invece, la città si sveglia tardi ed è il momento perfetto per esplorare i suoi tesori, sia che si scelga di immergersi nel medioevo della Ciutat Vella, sia che si decida di seguire le orme del visionario Gaudí.

2019-spagna-254Farsi affascinare dalla strana architettura modernista, un liberty ancora più sinuoso e sognante, che si diffuse a partire dalla fine del XIX secolo, soprattutto a Barcellona, è una delle esperienze assolutamente da non perdere. Nelle dimore da lui progettate scompaiono le linee dritte, le mura si tingono di colori pastello, le vetrate ricordano sbadigli, i tetti sembrano meringhe o cavalieri stilizzati, a seconda della propria immaginazione, o sono “ricoperti dalle squame del drago” sconfitto da San Giorgio. Gaudí prendeva ispirazione dalla natura, perfettamente funzionale ed esteticamente affascinante, varia nelle sue forme ed infinita nei suoi colori.

2019-spagna-270La Sagrada Familia, l’eterna incompiuta, è la sua opera maggiore: iniziata a fine ‘800, sarà conclusa nel 2026 per il centenario dalla sua morte. Diciotto torri si elevano verso il cielo, creando un vertiginoso effetto di verticalità. Le porte di ingresso raccontano la vita di Gesù, circondate da intarsi simili ad una grotta. Una volta varcate, ti ritrovi in una foresta, dove la luce che attraversa le vetrate crea giochi diversi a seconda del momento della giornata; non vi sono figure, né immagini, le colonne con i loro rami reggono le cupole punteggiate da stelle e tutto richiama la perfetta ed efficiente bellezza della natura. Un’opera grandiosa che racconta una storia e crea un magico spazio di culto.

2019-spagna-301Un viaggio in Spagna è un’esperienza densa di arte: come non perdersi nella fantasia scomposta di quel simpatico ometto sempre vestito alla marinara di nome Pablo Picasso? Nel Museu Picasso di Barcellona sono custodite Las Meninas, le buffe, a tratti inquietanti, riproduzioni delle fanciulle riprese dal dipinto di Velázquez, quasi come se le avesse osservate attraverso un prisma. A Madrid, al Reina Sofia, si può restare a bocca aperta di fronte alla Guernica, con la sua potenza evocativa di una fotografia, la forza comunicativa di un murales e la poesia di un dipinto. 2019-spagna-297Poche, “semplici” pennellate per comunicare con estrema umanità attraverso i suoi quadri, quasi dei paradossi artistici, ironici, drammatici, espressivi, come usciti dalla mano di un bambino. Picasso non voleva riprodurre la realtà, ma mostrare ciò che a volte l’occhio umano non riesce a cogliere. A Malaga sono conservate le tele dei suoi ultimi anni di vita, ispirate ai leggendari personaggi della Spagna del ‘600: sirene, corsari, moschettieri, colorati, simpatici, con strane espressioni, così in movimento che sembrano proiettarsi fuori dalle cornici.

Ma mettiamoci in viaggio in direzione Saragozza, meta fuori dai circuiti turistici, con la sua atmosfera un po’ retrò, a tratti decadente, ma al contempo fascinosa. La cupola di porcellana blu, gialla e verde della Basilica Nuestra Señora del Pilar, che si specchia nelle acque dell’Ebro è un’immagine simbolo per la regione dell’Aragona. Terra perennemente battuta dal vento, il suo clima fresco e arido è perfetto per la stagionatura del prezioso jamon.

2019-spagna-401Risalendo il corso del Rio Ebro, invece, ci troviamo in mezzo al verde dei vigneti della regione della Rioja, con una breve sosta nella cittadina dal sapore austriaco di Logroño: balconi fioriti, stradine anguste e l’immancabile campanile gotico, in un tripudio di pintxos bar. Già in Spagna bere e spelluzzicare avviene in qualsiasi ora del giorno: i bandoni dei ristoranti spesso non si sollevano prima delle otto e mezza la sera, ma è sempre un buon momento per ordinare tapas. Assaggi, piuttosto abbondanti direi, di succulenti piatti che attraggono gli sguardi, sempre esposti nei banconi dei bar: patatasbravas, pimientosrellenos, pulpo a la gallega, oppure una delle especialidad de la casa… Che sia sangria, cerveza o del tinto (vino rosso) va sempre accompagnata con uno stuzzichino: un pincho, un pintxos, una raciones, o un’abbondante tapas, calda o fredda, un piatto di prosciutto o formaggio, una fetta di appetitosa tortilla, o degli sfrigolanti pimientopadrón…

2019-spagna-288Il profumo di cordero asado, agnello arrosto, è quasi un emblema nella regione della Castilla y León. Salamanca è una delle più animate cittadine castigliane, richiamando nella sua prestigiosa università migliaia di studenti, che la sera popolano i caffè e la splendida Plaza Mayor, circondata dalla vertiginosa simmetria degli edifici barocchi di arenaria color ocra. Tradizione vuole che i viaggiatori cerchino attentamente una rana scolpita sulla facciata della Universdad Civil; si dice sia di buon auspicio…

2019-spagna-486Ed eccoci invece nell’elegante Madrid, una capitale regale, con il palazzo reale, infiniti viali alberati, piazze popolate da statue, che di notte si sussurra si sgranchiscano le gambe, come narra la leggenda in Plaza de Oriente. Una città da scoprire, che riserva scorci vividi, con palazzine alte, slanciate, colorate, rifinite da balconcini in ferro battuto. Un luogo eccentrico dove trovare sculture all’aria aperta dalle forme stravaganti, incerte, firmate Mirò. A Madrid è possibile addentare un succulento bocadillo de calamares (panino imbottito di calamari appena fritti), ma anche ascoltare violini che suonano le musiche di Morricone nel Parque del BuenRetiro; perdersi nel dedalo di vicoli medievali dalla Latina o ritrovarsi nella belle époque ad ammirare gli eleganti edifici della Gran Via. A fine giornata, per gli stomaci più coraggiosi, c’è il rabo de toro, in un fumante stufato.

2019-spagna-661E’ ora di partire alla volta della Castiglia-La Mancia, attraversando il ventoso altopiano della Meseta, cercando di scorgere le sagome di Don Chisciotte e Sancio Panza. Ovunque se ne trovano le tracce ed è possibile scattarsi una foto con “Cervantes in persona”, proprio sotto l’arco di ingresso alla medievale Toledo. Il tortuoso crogiolo di stradine acciottolate, case di mattoncini, resti di moschee, scorci di sinagoghe sefardite e campanili aguzzi narra una storia lontana dove tre culture convivevano pacificamente: cristiani, ebrei e musulmani, fianco a fianco, hanno adornato la città di diversi simboli, rendendola unica. Scrittori e pittori quali El Greco sono rimasti stregati dal suo profilo così raro, che si abbraccia attraversando le sponde del Rio Tajo, ed hanno catturato l’anima di Toledo nelle proprie opere. La salutiamo mentre al mattino si staglia nel cielo azzurro, completamente avvolta dal sonno; la vita in Spagna comincia tardi, le strade sono deserte ed i caffè chiusi.

2019-spagna-668Nuova destinazione Estremadura per fare un tuffo nella storia del Paese, immergendosi nelle misteriose città medievali: i villaggi estremenos sono pervasi da un fascino senza tempo e qui puoi assaggiare specialità lontane, come il pungente formaggio dal cuore cremoso Torta del Casar. Prima tappa Trujillo, ferma al XVI secolo, quando i figli prediletti di Trujillo fecero ritorno dalle Americhe da ricchi conquistadores. E’ da questa regione infatti che partirono molti extremenos in cerca di fortuna ed è per questo motivo che in America centrale e meridionale si trovano oltre 20 città chiamate Trujillo. L’originale sembra uscire dalla roccia con case di pietra, protetta da secolari mura ricoperte di licheni. I campanili delle chiese sono guarniti da enormi nidi di cicogna ed in cima svetta il castello, eretto dai musulmani nel X secolo, come testimonia il tipico arco di ingresso a ferro di cavallo.

2019-spagna-787Altra immancabile meta è Cáceres, proclamata Ciudad Monumental; il suo cuore è immerso nel silenzio dei secoli passati, disabitato. Le pietre granitiche degli edifici ducali brillano al sole, le torri si innalzano celando antichi segreti: talvolta furono prigioni, come quella del Palacio Toledo-Moctezuma, in cui venne rinchiusa proprio la figlia dell’imperatore azteco Moctezuma, portata a Cáceres come sposa di un conquistador.

2019-spagna-822Viaggiando ancora più in dietro nel tempo si arriva a Merida. Nel centro della tranquilla cittadina si celano antiche rovine romane, testimonianza di un passato splendore: l’imponente arco di Trajano, il Templo de Diana, nascosto proprio tra le moderne abitazioni, il grandioso Teatro che poteva ospitare fino a 600 spettatori, così ben conservato che è facile immaginare un combattimento di gladiatori. Infine, con i suoi 792m di lunghezza e i suoi 60 archi di granito, il Puente che attraverso il Rio Guadiana è uno dei più lunghi costruiti dai romani.

2019-spagna-675E’ tempo ormai di immergersi nella caliente Andalusia, alla ricerca di quel guizzo di pura passione, il duelde, che il flamenco, ballato nelle piazze, nei teatri, nei locali, vuole trasmettere, ricercare, catturare.

Tra le perle della regione, Cordoba è quella più grezza, ma dal sapore autentico. Raggiunse il massimo splendore sotto il dominio arabo, durato quasi quattro secoli, quando fu capitale di Al-Andalus, la roccaforte musulmana governata in maniera illuministica, in cui culture diverse convivevano creando affascinanti intrecci. La città ti accoglie con i suoi viottoli acciottolati percorsi da carrozze a cavallo e le case bianche in contrasto con il verde del Rio Guadalchivir, che aggiunge una nota esotica. Dalla juderia (l’antico quartiere ebraico), proviene odore di spezie, mentre dai patii colmi di fiori, eredità araba, si diffonde l’inconfondibile ticchettio delle ballerine di flamenco. Al di sopra spunta la cupola della Mezquita, un luogo mistico, nato dalla fusione di fedi potenti: la moschea cela la cattedrale ed il campanile racchiude il minareto. Costruita da Abd al-Rahman Inel luogo dove sorgeva la chiesa ispano-romana di San Vicente, con i suoi tre ampliamenti, nei secoli, riuscì ad arrivare ad ospitare fino a 40000 fedeli. All’interno la luce è soffusa; una foresta ordinata di colonne di varie tinte sorregge doppi archi moreschi bianchi e rossi, dietro ai quali potresti scorgere una statua di marmo della Madonna. Un luogo magico, intimo, raccolto; ma al centro la luce pervade tutto e la cattedrale con il suo abbagliante barocco si fonde perfettamente, confondendo l’attonito viaggiatore. Dall’intimità all’immensità, in una commistione incredibile, in cui le due fedi hanno un proprio spazio arricchendosi l’un l’altra; cappelle ricolme di immagini, affiancate alla silenziosa potenza evocativa del Mihrab; la luce oscillante dei candelabri trova un suo spazio proprio a fianco dei riflessi delle vetrate gotiche. Difficile non rimanerne stregati.

E per penetrare ancora di più la cultura islamica dell’epoca perché non concedersi un hammam, sfidando i propri sensi a passare dalla sauna alle gelide acque della vasca fredda, per poi ritrovare la pace nel tepidarium, sotto una cupola stellata.

Ecco all’orizzonte Siviglia, la sfavillante metropoli che si dice sia stata fondata millenni fa dall’eroe Ercole. Famosa per la sua immensa cattedrale gotica dove vi sono i resti di Cristoforo Colombo, è una città dai volti diversi: un dedalo di viuzze intriso di profumo di fiori d’arancio costituisce il centro, l’antica juderia; l’Alcazar (la fortezza) con il suo profilo austero nasconde in realtà un labirinto di stanze arabeggianti, decorate come se fossero ricamate; al di là del Rio Guadalchivir, nel quartiere di Triana, si conserva orgogliosa l’anima gitana della città.

 

2019-spagna-1343Nella Plaza de Toros si può ascoltare la storia della corrida, proprio là nella terra rossa al centro dell’arena, circondata da una struttura di palchi bianchi e gialli. Che si concordi o no, è una parte della cultura e della storia spagnola, intrisa di luci e ombre, passione, regole, addestramento, sacrificio…

Infine la bellissima Plaza deEspaña è una sorpresa: nel cuore del Parque de Maria Luisa, si apre un anfiteatro di mattoncini rossi decorati con azulejos. Al centro i bambini fanno il bagno nella fontana e nei canali ondeggiano le barche a remi; ricorda un po’ Venezia, ma la musica nell’aria è quella del flamenco; oggi è domenica, si balla ovunque!

2019-spagna-1355L’Andalusia è punteggiata di città sul mare, prese d’assalto per le spiagge e il pesce sfrigolante, come la piccola deliziosa Cadice o la chiassosa Malaga. Ma anche nell’entroterra ci sono luoghi pieni di fascino: Ronda, la città sospesa. Arroccata su un ripido dirupo della gola di ElTajo, alta 100m, con le sue case bianco latte, i tetti spioventi, le possenti mura arabe è un’immagine vertiginosa, al di là dell’imponente Ponte Nuevo a tre arcate, che sembra sorreggerla interamente sopra il fiume.

Non si può lasciare l’Andalusia senza essere entrati in quel magico mondo, tutto a sé, che si nasconde dietro le mura dell’Alhambra, arroccata proprio sopra la pequeña Granada, la città che più conserva l’anima araba, con le sue teterie e l’odore di narghilè nell’aria.

Oltrepassate le torri merlate dell’Alcazaba, si entra in una pagina di “Le mille e una notte”, solleticante tutti i sensi: dalle fontane gorgheggia e zampilla l’acqua; gli uccellini cinguettano; i mille colori dei fiori si stagliano nel cielo azzurro; il profumo di mirto pervade l’aria.

Il palazzo di Nazarìpoi è un tuffo nel passato dei sultani; archi mudejar, piccole segrete finestrelle, soffitti stuccati di gesso che sembrano una grotta, patii con fontane e ninfee… Non è difficile immaginare lo splendore della vita nel XIII secolo, al tempo degli emiri nasridi, che edificarono la fortezza su un promontorio da cui tenere d’occhio la zona; adesso è un piccolo viaggio in una fiaba, da cui osservare il profilo ondulato di Granada.

Qui i sapori sono fortemente ispirati alla cucina araba, con spezie in abbondanza, tajine, couscous e tante diverse miscele di tè.

2019-spagna-1576Beh, forse vi starete chiedendo quando arriva una buona, fumante paella. La risposta è solo una: a Valencia. Specialmente sul lungo mare, ci sono ristoranti secolari, che tengono fede alla tradizione: riso bomba del delta dell’Ebro che assorbe lentamente un succulento brodo di pesce, rigorosamente fresco; pregiato zafferano e…il segreto? Un soffritto di cipolla caramellata ed infine tutto in forno per creare quella crosticina croccante…

2019-spagna-1749Valencia è anche una bellissima città sospesa tra passato e futuro: la ciutatvella con i suoi edifici gotici, l’immancabile mercato coperto ed i murales che donano colore alle strade, ela modernissima Ciudad de lasartes y lasciencias, creata dalla fantasia visionaria dell’architetto Calatrava in fondo all’immenso parco cittadino realizzato nell’antico letto del Rio Turia. E’ una specie di ordinata giungla urbana, con alberi di ogni tipo, enormi ficus, strani arbusti a funghetto e prati; chi va in bici, chi in monopattino, i bambini giocano, ci sono campi per ogni sport.

In fondo, proprio di fronte al mare, nel mezzo di un lago artificiale, si staglia un complesso di strane strutture in ferro e vetro: l’Oceanographic (l’acquario) blu elettrico, l’Emispheric completamente trasparente ed il gigantesco Palau de lesArtsReina Sofia simile ad uno scarabeo con la corazza bianca.

2019-spagna-866Da qui si osservano le antiche possenti porte di ingresso alla città, come la Torres del Quart, punteggiata di fori delle cannonate dell’invasione napoleonica del XIX secolo, e ti senti in bilico nel tempo, in città, ma completamente avvolto nel verde.

La nostra avventura spagnola termina qui. Un viaggio in un Paese pieno di sorprese, variegato, passionale, che sa regalare momenti di euforia con le sue chiassose fiestas, ma anche tanto relax, perché è sempre un buon momento per fermarsi a bere una sangria, assaporando tapas…

E cieli azzurri, eleganti metropoli, o borghi medievali, tante Arte e musica, musica, musica ovunque ad accompagnare il tuo viaggio.

 

(Camilla Mori)

 

ON THE ROAD … VERSO ORIZZONTI INFINITI

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Lasciata alle nostre spalle la polverosa Hollywood sign, partiamo per un’avventura fatta di paesaggi mozzafiato, strade infinite, sotto cieli sconfinati, lasciandoci trasportare in viaggio lungo le Highway degli Stati Uniti Occidentali.

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Ecco che ci accoglie la bandiera dell’Arizona, con i suoi raggi infuocati. L’atmosfera a Phoenix è rovente, ma, prima di giudicarla come una distesa di costruzioni squadrate, bisogna ascoltare quello che la città ha da dire. L’Heard museum testimonia la storia, le tradizioni, le arti e la cultura delle tribù native del Southwest, attraverso i loro manufatti e i loro racconti: madre Terra, padre Sole, il creatore li ha battezzati con il vento. Una forte connessione con la natura, gli alberi, le creature animali, venerati come figlie del Grande Spirito; ogni forma di vita deve essere rispettata. Il ciclo delle stagioni segna il tempo e le attività quotidiane; il senso di appartenenza alla famiglia e alla comunità è fortissimo, con gentilezza, lealtà, serenità. Gli anziani hanno il compito essenziale di narrare la Storia: le Storytellers, raffigurate come donne sedute ricoperte di bimbi, rappresentano la linfa vitale della comunità, mantenendo vive le tradizioni e la memoria. Una cultura affascinante, a tratti molto lontana dalla nostra frenesia quotidiana.

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Phoenix sa stupire, con le sue case circondate da giardini curati, gli eccentrici saloon di Scottsdale e il tramonto che incendia i grattacieli nel mezzo al deserto.

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Ed ora alla scoperta di Tucson, nel cuore del SonoranDesert. Questa è la terra dei saguari: enormi cactus secolari, con le loro buffe sagome, rese uniche dalla forma e direzione delle braccia; passeggiando tra tutte quelle spine, tisembrano proprio dei simpatici omini che indicano la strada. Tucson è rinomata anche per la cucina: si sa, gli Stati Uniti occidentali sono la patria dei fastfood e degli hamburger così alti che ti ci puoi nascondere dietro, ma, scegliendo il giusto Diner o Cafe, puoi imbatterti in un trionfo di sapori. A volte sono proprio i posti più spartani a celare i gusti più autentici. Sulle scomode panche di ferro di ElGuero Canelo, puoi gustare un hot dog nato dalla fusione di aromi messicani ed eccessi americani: il Sonoran hot dog, avvolto nel bacon, ricoperto di salsa tomatillo, fagioli pinto, scaglie di formaggio, maionese, ketchup, senape, pomodoro e cipolla!

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L’Arizona è anche un set a cielo aperto per il perfetto film western. A Tombstone nell’Ottocento il whisky scorreva a fiumi e le dispute si risolvevano a colpi di pistola. Sembra che il tempo si sia fermato al leggendario mattino del 26 ottobre 1881, quando i fratelli Earp e Doc Holliday ebbero la meglio sui cowboy McLaury e Billy Clanton; i colpi di pistola dell’Ok Corral risuonano ancora e l’atmosfera è spettrale nel Boot Hill Graveyard, dove riposa “chi è morto nei propri stivali”.

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Proseguiamo il viaggio sulle orme di Billy the Kid, nella Terra dell’Incanto, il New Mexico. Un’infinita strada nel nulla, finché non s’intravedono dune bianche: il paesaggio lunare di White Sands National Monument, il pianeta dell’alieno David Bowie nel film L’uomo che cadde sulla Terra. Dune di gesso bianco, spazzate dal vento e illuminate dalla luce viola del tramonto, offuscato dalle nubi nere del temporale in lontananza. L’odore di ginepro, l’aria fresca, i colori, la voglia di esplorare…

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Il mattino dopo è la Billy the KidScenicHighway a condurci a Lincoln, con stretti passaggi tra foreste di pini e montagne rocciose. Ogni viaggio negli Stati Uniti è fatto di lunghe ore di guida, ma i paesaggi attraversati, profondamente diversi da stato a stato, sanno decisamente stupire e con la giusta colonna sonora le miglia scivolano via velocemente.

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Lincoln, piccola cittadina nella Sierra Blanca, è una tappa obbligatoria per gli appassionati di storia del West. Le sue strade erano le più pericolose d’America ai tempi della Lincoln County War nell’Ottocento: i Regulators cercavano vendetta per i compagni persi e Billy the Kid mieteva vittime. Fu catturato ma riuscì ad evadere, fregando la sua guardia; il foro della pallottola da lui sparata è una specie di meta di pellegrinaggio, ma d’altronde il selvaggio West e i suoi duelli rappresentano una buona fetta della storia degli Stati Uniti. Fa sorridere pensare a quel buffo faccino scarmigliato, divenuto un fuggitivo quando era un ragazzino pelle e ossa, noto per essere amichevole, gentile, di bell’aspetto e agile come un gatto; molto abile con le armi da fuoco, era allo stesso tempo un intrepido fuorilegge e un eroe popolare e cavalcava fiero in questa brughiera.

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Decisamente tutt’altro paesaggio ci attende nelle Carlsbad Caverns. Nelle Guadalupe Mountains, quasi al confine con il Texas, si nasconde un magico ed etereo mondo di stalattiti e stalagmiti; una passeggiata di 2 km a 240 m sotto il suolo, tra formazioni modellate dalla natura da 265 milioni di anni. La fantasia vola; puoi scorgere villaggi di fate, giganti seduti, totem imbronciati.

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L’avventura prosegue “alla ricerca degli alieni”, nella città illuminata da lampioni con la sagoma di teste bulbiformi: Roswell. Nel 1947 un oggetto misterioso si schiantò in un ranch nelle vicinanze; Mack Brazel, il proprietario, racconta di strani resti di materiale simile a fogli di alluminio grossi quanto un campo da football. Come si recò dallo sceriffo, entrò in gioco l’aeronautica militare, che si diede un gran da fare per occultare la notizia, simulando un incidente con un pallone metereologico. Per molti si trattò della prova definitiva: gli alieni erano atterrati! La cittadina ha minuziosamente raccolto ogni testimonianza nell’Ufo Museum, dove puoi leggere il racconto di Glenn Dennis, un’assistente funeraria che ricevette una strana telefonata su come conservare dei corpi, o di un’infermiera che assicura di aver visto in ospedale bizzarre salme; persino alcuni militari, anni dopo, ritrattarono la propria versione. Mack Brazel invece portò il segreto nella tomba, eccetto per la criptica affermazione “Theyweren’t green!”. Ora le boutique piene di chincaglierie e gadget di alieni hanno l’odore degli anni Ottanta, ma testimoniano un passato acceso entusiasmo. Beh, come non esserne parte per un breve istante?

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Il New Mexico è anche la terra di graziose città, nate da villaggi ispanici in “adobe”, con piccole case basse color argilla, circondate dai tipici giardini americani, con macchina parcheggiata nel vialetto, prato impeccabile ed immancabile canestro: questa è l’atmosfera nella scicchettosa  Santa Fe, con le sue eleganti gallerie d’arte all’aperto ed i ristoranti di cucina messicana in versione ricercata, o nella controversa Albuquerque. Quest’ultima è un crocevia di strade nel deserto, con la Route 66 che attraversa la quieta Old Town, all’ombra delle vette delle Sandia Mountains. La città ha alcuni eclettici musei come il Rattlesnakemuseum, che racchiude un’incredibile collezione di serpenti a sonagli, sommersi da mille altri oggetti kitsch, ma è diventata famosa più che altro per essere stata lo sfondo della celebre serie Breaking Bad. Così la casa di Walter White è stata recintata, per non essere presa d’assalto dai fan curiosi.

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Imbocchiamo la Mother Road per continuare il giro e tornare verso l’Arizona. Inaugurata nel 1926 per collegare la vigorosa Chicago con l’assolata Los Angeles, la Route 66 fu molto usata negli anni della Grande Depressione (gli anni Trenta) e raggiunse il suo massimo sviluppo nel Dopoguerra, quando la nuova agiatezza economica spinse gli americani a viaggiare e divertirsi. Fiorirono Drive-inn, motel dalle insegne scintillanti, eleganti pompe di benzina, piccole graziose città lungo strada. Vent’anni dopo il Governo realizzò una moderna autostrada parallela e…La Route 66 sembra essersi fermata ai gloriosi anni ’50, con atmosfere da film di James Dean e città fantasma, polverose ma affascinanti.

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E’ proprio la Mother Road a condurti nelle meraviglie naturali che rendono unica questa zona degli Stati Uniti. Gli altopiani lungo strada cominciano a tingersi di varie sfumature di rosso, le montagne si alternano a distese di nulla. I tir avanzano pesanti e lunghi treni merci sfrecciano a lato. Vecchi trading post vendono oggetti di artigianato dei nativi; ci stiamo avvicinando alla Navajo Nation.

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225 milioni di anni fa c’era una foresta pluviale, con dinosauri e mostri marini; gli spostamenti della crosta terrestre, i cambiamenti climatici, l’erosione  di vento e pioggia hanno creato il Painted Desert. I colori variano dall’ocra al rosso, dal verde all’argento, dal celeste al rosa, con striature viola. Sembra di camminare tra dune fatte di pelle di elefante, ma con i colori di un quadro di Monet e gli uccelli del famoso film di Hitchcock che gracchiano minacciosi.

 

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E gli alberi dove sono finiti? Gioielli di quarzo e silice splendenti tra le rocce; i tronchi caduti, sepolti dai sedimenti delle eruzioni vulcaniche, si sono cristallizzati ed ora luccicano, raccontando ere lontane, con tutti i loro colori, rosso, giallo, arancio, bianco candido. La PetrifiedForest, racchiusa nel Painted Desert, è un posto incredibile che narra una storia antica, giocando con i colori.

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Per strada, puoi trascorrere la notte in piccole cittadine come Winslow: quattro case, un motel, due pompe di benzina, un ristorante che serve bisonte, tutto avvolto nel rosso del tramonto, sotto il cielo dell’Arizona reso famoso dalle canzoni degli Eagles.

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“Experience the impact” suggeriscono i cartelli lungo la Route 66, nelle vicinanze di Flagstaff: siamo al MeteorCrater, un cratere alto come un palazzo di 60 piani e largo come 20 stadi da football (vale a dire alto 180m e largo 1,6km). 50000 anni fa un meteorite da est ha attraversato l’atmosfera alla velocità di 64000km/h e nell’impatto si è polverizzato, lasciando un’enorme voragine. Per questo per anni si è ritenuto si trattasse di un cratere vulcanico. Fu osservando la somiglianza con i risultati degli esperimenti di lancio delle bombe atomiche che si capì la sua vera origine. Camminare sulla cresta del cratere è vertiginoso, si intuisce tutta la forza della natura, che può cambiare il corso della vita con bombardamenti naturali… Un cartello ricorda: “No less can be expected in the future!!!”.

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Flagstaff con le sue case di mattoncini e l’odore di BBQ nell’aria è una buona tappa prima di tuffarsi tra i canyon e la notte vale la pena affacciarsi al Powell Observatory, famoso per il primo avvistamento di Plutone, per osservare un “cielo a pois”.

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Il mattino dopo, giù tra le formazioni di arenaria rossa dell’Oak Creek Canyon, in una strada vorticosa, lungo il torrente, protetto da foreste di pini. Siamo nella mistica Sedona, luogo di pellegrinaggio per i seguaci della cultura new age: in questo posto si celano quattro importanti vortici irradianti l’energia della Terra, quattro rocce che si elevano con le loro singolari forme dal cuore del canyon. Il verde della foresta, il profumo delle conifere, il rumore dell’acqua che scorre, il contrasto dei colori…è effettivamente un posto vibrante. Qui Frank Lloyd Wright incastonò nella roccia la stretta ed alta Chapel of the Holy Cross, realizzata con una forma che sembra proprio unire terra e cielo, in un  minuscolo spazio proiettato sul canyon dalla vetrata dietro l’altare.

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Sosta a Wiliams, lungo la Route 66: porta per il Grand Canyon dal 1881, conserva un mix di atmosfera western, con un tocco di anni Cinquanta, tra diner con enormi barbecue e saloon che servono birra artigianale.

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In 6 milioni di anni il Colorado River ha modellato e scavato le rocce, portando alla luce strati sempre più antichi: toglie il fiato affacciarsi dal Rim. E’ difficile descrivere ciò che lo sguardo abbraccia: aspri altopiani, pinnacoli di roccia, creste color porpora, con sfumature bianche; il fiume scorre in una serie di anse tortuose.

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Le ombre si allungano, i colori diventano più brillanti; man mano che il sole scende, ad est le rocce sembrano prendere fuoco, mentre la gola ad ovest è sempre più spettrale, nella penombra che lascia intravedere solo i profili dei faraglioni. E’ il tramonto sul Grand Canyon, scendendo lungo il KaibabTrail fino a OooAaa Point.

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Il viaggio attraverso i Parchi prosegue in Utah, lo Stato Alveare (Beehive State), famoso per essere il luogo di nascita di Butch Cassidy e per la poligamia, praticata ormai solamente da un ristretto gruppo di mormoni residenti a Hilldale-Colorado City.

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Proprio al confine tra Utah e Arizona, ecco stagliarsi il profilo delle butte rosso fuoco che hanno fatto da sfondo a tanti film western; la Monument Valley, un luogo tutt’ora sacro per i Navajo. Il sole rovente, la strada polverosa, i massicci e le guglie che si ergono dal Colorado Plateau; una selvaggia cartolina lunga la strada che prosegue dritta attraverso il deserto.

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Scivolando tra le dune rocciose color zafferano, superando piccoli paesi ormai divenuti ghosttown, con motel abbandonati, pompe di benzina arrugginite ed insegne cadenti, eccoci nelle gole scolpite in 65 milioni di anni dal Colorado River e dal Green River.

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Affacciandosi dal bordo del canyon a Dead Horse Point i brividi salgono lungo la schiena e torna in mente la famosa scena finale di Thelma & Louise. Il fiume verde crea delle anse strette; la roccia rossa è modellata con pareti a strapiombo; in alto il cielo azzurro spazzato dal vento. Un luogo dal fascino primordiale, una visione aspra, segreta, sicuramente vertiginosa. Qui i cowboy portavano i cavalli selvaggi, li conducevano su una stretta lingua di terra e selezionavano quelli in grado di sopravvivere, mentre gli altri li abbandonavano al loro destino, tra i dirupi. Furono trovate molte ossa di cavallo e così si scelse di dare al canyon il nome Dead Horse Point.

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Non lontano si trova un altro spettacolare luogo modellato dalla natura, in particolare da acqua e vento: Arches National Park, dove è racchiusa la più alta concentrazione al mondo di archi di arenaria, oltre 2000 di varie forme e dimensioni. Stare in piedi in mezzo a queste enormi cornici create nei millenni è vorticoso e specialmente al tramonto merita intraprendere la lunga camminata per raggiungere il simbolo del parco: Delicate Arch. Sembra di arrampicarsi su Marte, su lisce rocce rosse, superando stretti passaggi, aggrappati alla parete. Poi, però, tutta la fatica è ricompensata: l’arco si staglia sul dirupo, creando una finestra sulle dune azzurre del deserto roccioso; una bellezza fragile, eppure maestosa.

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Lo Utah è punteggiato anche di piccole cittadine, come Green River, famosa per l’anguria, Hanksville, base per lo studio del pianeta Marte proprio per la similarità del territorio circostante, o la minuscola Circleville, circondata da montagne. Quando furono fondate, nella seconda metà dell’Ottocento, erano fiorenti città minerarie, che vivevano di agricoltura, commercio di pietre preziose ed erano rifugi per i banditi; ora sono immerse nella quiete, piuttosto disabitate, ma talvolta riservano sorprese come un succulento pranzo a base di manzo sfilacciato ricoperto di mostarda al miele, o una galattica colazione alla maniera di Butch Cassidy, con pancake affogati in salsiccia e formaggio.

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Uno dei parchi più spettacolari dello Utah è sicuramente il Bryce Canyon; un luogo incantato, che sembra creato da un bambino che gioca con la sabbia bagnata. Un anfiteatro scavato nella roccia, disseminato di pinnacoli, picchi, guglie e spirali dal colore rosato, con particolari formazioni simili a totem dette hodoo; il tutto incorniciato da foreste di pini. Scendendo lungo lo stretto sentiero, sembra di stare in un villaggio delle fate; gli occhi viaggiano e la mente si perde in caleidoscopiche fantasie. L’aria è incredibilmente fresca; i pini si fanno strada tra le rocce verso il cielo; alcuni pinnacoli assomigliano proprio a faccioni sorridenti o imbronciati.

E’ ora di ripartire, attraversando il deserto, diretti verso il Nevada, the Silver State, famoso per il tintinnio delle slot machine e per il Burning Man. Qui gli eccessi sono legali, dai piccoli bordelli al gioco d’azzardo e convivono fianco a fianco con la cultura dei mormoni e dei cowboy. Cosa c’è di meglio per assaporare l’atmosfera se non gettarsi nella folle Las Vegas?

All’inizio vi era solo qualche polverosa sala da gioco; la costruzione della ferrovia che collegava Salt Lake City a Los Angeles, nel 1902, la catapultò nell’era moderna; la legalizzazione del gioco di azzardo, nel 1931, diede un impulso all’espansione; il gangster Ben BugsySiegel, nel 1946, la rese sfavillante, con la costruzione del celebre casinò a tema tropicale, il Flamingo. Varie Star accorsero per dare vita a spettacoli scintillanti, come Frank Sinatra e le ballerine delle riviste francesi.

Durante la Guerra Fredda, le esplosioni nucleari, nel vicino Nevada Test Site, facevano tremare i vetri dei grattacieli, ma erano anche motivo di vanto e attiravano centinaia di curiosi, richiamati da Miss MushroomCloud.

Negli anni ’90 le grandi società di capitali iniziarono a finanziare resort sempre più grandi e spettacolari, in una corsa all’eccesso perennemente proiettata al futuro. Così ora il Neon museum è un vero e proprio cimitero delle insegne che hanno segnato la storia della città: quasi tutte spente, un po’ ammucchiate, talvolta arrugginite, raccontano l’espansione di Sin City, ogni anno più luminosa, sfavillante, esagerata, cercando di superare i limiti, vera icona dunque del sogno americano.

Las Vegas di giorno è rovente, sicuramente eccentrica; sposine sudate si affrettano lungo strada, dirette verso chissà quale cappella…drive thru? Cerimonia celebrata da Elvis? O a tema gotico?

Ma al tramonto si accendono le insegne e la strip si adorna di un’eleganza inaspettata, mentre nella vecchia Freemont la musica stordisce, lo spettacolo di luci acceca e… tutto è concesso, persino volare con una zip line sopra la folla.

Se siete in vena di brividi, lo Stratosphere è un’ottima idea: al 110° piano, sul tetto di questo casinò, vi attendono montagne russe, una torre a caduta libera per 16 piani, una giostra che tiene sospesi nel vuoto e volendo lo SkyJump, un “estremo salto” oltre il bordo del grattacielo.

Beh, a Las Vegas poi puoi passeggiare nella Ville Lumière, proprio sotto la Tour Eiffel; girare in gondola a Venezia; cenare sopra la fontana di Trevi al Caesar Palace, gustando un ottimo sushi dello chef Roku e poi assistere all’esplosione del vulcano del Mirage, o allo spettacolo di spruzzi delle fontane del Bellagio. Puoi decidere di non rischiare la fortuna nelle sale da gioco, dove non vi sono orologi perché è sempre il momento giusto per tentare; puoi sentirti a tratti un po’ troppo stordito da musica, suoni, luci, profumi, ma a modo suo, sospendendo per un po’ il giudizio, Las Vegas saprà strapparti un sorriso e un “Oooh!” di meraviglia.

Il mattino seguente, due ore di guida nel nulla del deserto del Nevada diretti verso uno dei luoghi più caldi: la Valle della Morte, in California. 123 Gradi Fahrenheit, 50°C; è come essere una meringa in un forno ventilato, ma il panorama da Dante’sView lascia a bocca aperta: le saline bianco cristallino, circondate dalle montagne brulle, rocciose, ma variopinte con tinte forti, ocra, prugna, bordeaux, avio e striature verde acqua.

Badwater è il punto più basso degli Stati Uniti, 86m sotto il livello del mare, dove è rimasta una crosta di sale, a creare una sorta di inferno bianco; in lontananza si vede invece il Mt Whitney, il punto più alto degli Stati Uniti, e nel mezzo questa tavolozza di colori incredibili.

Percorrendo una lunga highway tra i frutteti della California, tutt’altro paesaggio ci attende sulla Sierra Nevada, proprio all’ombra del Mt Whitney: la strada in salita diviene tortuosa e tra i tornanti cominci a intravedere tronchi sempre più grandi. E’ la GiantForest nel Sequoia National Park, dove si concentrano queste creature immense, paragonabili a saggi e secolari giganti, capaci di sopravvivere persino agli incendi: le sequoie. Camminiamo nella foresta con il naso all’insù, inebriati dal profumo della resina, nell’aria fresca, riscaldata da qualche coraggioso raggio di sole, mentre gli scoiattoli impertinenti saltellano ovunque, fino ad arrivare al Generale Sherman, la sequoia più grande del mondo (11m di diametro alla base). E’ impressionante: sovrasta la foresta con i suoi 2200 anni; sembra davvero sussurrare qualcosa.

Ultima meta di questo lungo viaggio è San Francisco, città della nebbia, della stravaganza e della fantasia. Nel 1849 la corsa all’oro trasformò un villaggio di 800 persone in un centro di 100000 abitanti, attirando cercatori d’oro, imprenditori e centinaia di commercianti cinesi. Durante la Seconda Guerra Mondiale, i soldati accusati di omosessualità venivano mandati qui e la città acquisì la fama di polo della controcultura. La Summer of Love del 1967 fu un’ondata di cibo gratis, sesso libero e musica per tutti nel quartiere hippy di Haight, mentre un gruppo di attivisti gay fondò una comunità orgogliosa e alla luce del sole a Castro. San Francisco divenne così un luogo in cui poter essere se stessi, un centro attivo nel propagandare la libertà e i diritti di ogni minoranza, rivoluzionario ed eclettico. Il suo profilo è segnato dall’elegante Golden Gate, sopra la scogliera, perennemente battuta dal vento; a Baker Beach, però, la sabbia è calda ed un gruppetto di persone fa yoga sulla riva.

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La città è variegata: a Haight il tempo si è fermato alle 16:20 di quell’estate di ribellione e per le strade odore di marijuana e incenso; a Castro sventolano le bandiere della Pace; Mission è colorata dai murales che incoraggiano la cultura come arma per la libertà, ispirandosi all’arte di Diego Riveira; le lanterne rosse di Chinatown fanno da cornice ad un dedalo di vicoli che sono stati set per film come Karate Kid e Indiana Jones. Il leitmotif sono le casette vittoriane color pastello e le ripide colline, percorse dalla storica Cable Car, che sferraglia su e giù con i passeggeri aggrappati fuori.

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Tappa immancabile è il Pier 39, dove dimora una colonia di leoni marini e dove puoi gustare il famoso granchio al Fisherman’sWharf, tassativamente da sgranocchiare con le mani, spolpando fino all’ultima chela. E al tramonto, salutare Alcatraz, arroccata su un’isoletta la davanti, minacciosa, battuta dal vento, ormai disabitata, ma ancora piena di storie e segreti da narrare.

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Questa è stata la nostra avventura on the road, fatta di molte miglia in viaggio, tra orizzonti infiniti, sbirciatine in piccole città o in grandi metropoli, sentieri nei canyon e nelle foreste e…diner, barbecue, hot dog, sempre con una montagna di patatine!!

 (Camilla Mori)

PORTOGALLO: UN VIAGGIO NEL TEMPO!

Partiti! Stavolta, senza passaporto, né assicurazione sanitaria e niente volo di dodici ore. Meta piuttosto vicina a casa: il Portogallo.

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Una sorpresa dietro l’angolo, si può dire. Un paese dal cielo azzurro intenso, verdi colline ricoperte di viti o di rugose querce da sughero, il cui tronco sembra sanguinare quando viene “sbucciato”.

Estesa sui ripidi pendii dei colli che declinano sul Rio Tejo, Lisbona, melanconica e romantica, ti affascina, con i suoi miradouri, da cui osservare magici scorci, sferzati dal vento; il sole è caldo, ma l’aria è fresca. Su e giù sul tram 28, tra brusche frenate e salite arroccate, puoi passare in rassegna tutti i tesori della città: la medievale Sé, l’imponente Praça do Commércio, la più grande d’Europa, lo splendente Panteão Nacional, con la sua cupola bianca come la porcellana.

Per le strade dell’Alfama, il cuore moresco della città, proprio al di sotto di ciò che resta del Castelo de São Jorge, tra le botteghe, i piccoli bistrot, le case ricoperte dei tipici azulejos (piastrelle di ceramica, decorate di celeste), risuona il canto nostalgico del Fado: struggenti melodie, suonate da chitarre a dodici corde e accompagnate da una voce che racconta storie di separazioni dolorose e svolte del destino, di amori distanti, di un ardente desiderio di tornare a casa. Nessuno conosce le sue origini, ma sono ben evidente le influenze dei ritmi brasiliani, dei canti moreschi e delle canzoni dei trovatori provenzali. Sicuramente rispecchia l’emozione che più contraddistingue l’animo portoghese, di un popolo di viaggiatori ed esploratori prima, di migranti poi: la Saudade. E’ il desiderio nostalgico, spesso profondamente malinconico, di qualcosa che si ama molto, che si rimpiange, che si è lasciato, a cui si vorrebbe fare ritorno.

On the road, sulla costa atlantica in direzione Porto, tappa obbligatoria è Sintra. I celti vi adoravano la luna, i mori l’hanno fortificata, i reali borghesi nel ‘700 l’hanno adornata, ecco il primo gioiello medievale del Portogallo. Sì perché un viaggio in Portogallo è anche un’avventura indietro nel tempo, al riparo di possenti mura merlate e svettanti bastioni come quelli del Castelo dos Mouros, che dall’alto protegge l’antico villaggio. Ortensie selvatiche, felci, il profumo della macchia mediterranea che si mescola a quello di querce e pini, giganti rocce granitiche, levigate dagli anni e dal vento; un posto mistico, selvaggio, pieno di storia.

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Se sei fortunato, poi, puoi giungere in un piccolo villaggio, animato da una festa medievale; un vero tuffo nel passato. Sorseggiando gingjinha, un forte liquore alla ciliegia, servito in bicchierini di cioccolato, ti perdi tra i viottoli nelle mura del castello, attratto dalla musica di menestrelli, divertito dai buffoni e stregato dalla bellezza dei costumi delle dame.

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Melodie d’altri tempi, allegre e scanzonate, si mescolano al forte odore di maialino allo spiedo e fiumi di idromele accompagnano il calar del sole che tinge di rosso i bastioni di Obidos.

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Scivolando tra i meleti ed i filari di pere, addentrandosi nella regione dell’Estremadura, ecco il magnifico Mosteiro de Santa Maria da Alcobaça. Fondato nel 1153 da Dom Alfonso Henriques, il primo re del Portogallo, cela il segreto di una struggente storia d’amore. Entrando si assapora l’imponenza dell’ambizione gotica, con un’austera navata lunga ben 106 m., stretta 23 m. e troneggiata solo da candide colonne tronche; ai lati dell’altare riposano Dom Pedro e Dona Inês de Castro. Leggenda vuole che Dom Pedro, figlio del re Dom Alfonso IV, s’innamorò della dama di corte di sua moglie. Il re, non solo ostacolò il loro amore anche dopo la morte della principessa, ma addirittura ordinò l’assassinio di Inês. Dom Pedro, salito al trono, si vendicò strappando e mangiando il cuore degli assassini. Riesumò e incoronò il corpo dell’amata e ordinò alla corte di rendere omaggio alla defunta regina, baciando la sua mano in decomposizione. Ora riposano uno di fronte all’altra, cosicché quando verrà il giorno potranno alzarsi e guardarsi dritto negli occhi.

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Passeggiando nel monastero a fianco della chiesa, sembra proprio di stare tra le pagine del celebre romanzo “Il nome della rosa” di U. Eco: una grandiosa cucina pronta a sfamare fino a 999 monaci, descritta dagli storici dell’epoca come “il più raffinato tempio della gola di tutta Europa”, servita persino da un canale d’acqua perché il pesce arrivasse ai cuochi ancora vivo; il refettorio con soffitto a volta, a cui si accedeva tramite una stretta porta, in modo che chi non riusciva a passare perché troppo grasso era costretto a digiunare; infine, un enorme dormitorio, con piccole finestrelle.

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Non molto distante, nel verde della valle di Tomar, si erge il Convento de Cristo, un altro luogo intriso di storia. Era il quartier generale dei templari, il leggendario ordine semi-religioso fondato nel 1119 da cavalieri crociati francesi per proteggere i pellegrini in Terra Santa. Facevano voto di castità e povertà e indossavano un mantello color avorio decorato solo da una croce rossa, un simbolo che in seguito fu associato al Portogallo stesso. Qui infatti svolsero un ruolo importante nella cacciata dei mori e divennero potenti grazie alle terre ottenute come ricompensa. Il re di Francia, nel XIV secolo, intimorito dalla loro potenza, iniziò un periodo di persecuzione ed anche il re del Portogallo sciolse l’ordine, o meglio lo rifondò con il nome di Ordine di Cristo, al servizio della corona. Tutt’ora il presidente del Portogallo è il Gran Maestro dell’ordine.

Le antiche rovine scolpite nella roccia sono state via via modificate nei secoli, con stili diversi, ma quello preponderante resta lo stile manuelino, un carattere distintivo del Paese. Ideato tra la fine del ‘400 e i primi decenni del ‘500, rispecchia lo spirito dell’epoca: un forte ottimismo, una fiorente ricchezza, voglia di guardare e spingersi oltre; Vasco de Gama salpava verso nuovi orizzonti e le sue scoperte portarono fama, gloria e voglia di infinite avventure. Allo stesso modo questo stile è originale, brillante, creativo, ricco di dettagli: temi marinareschi s’intrecciano con fiori; conchiglie si alternano alla croce dei templari; tutto è intarsiato con girigogoli e decorazioni dal sapore arabeggiante.

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Spingendosi ancora più a nord, il profumo del pesce alla griglia ti accoglie insistente a Nazarè; per le strade i ristoranti sono affollati di portoghesi che gustano sugose vongole, cotte con tanto aglio e prezzemolo, o sardine e baccalà grigliati. L’odore è così fragrante che stuzzica davvero l’anima e l’appetito e in un batter d’occhio ti ritrovi a gustare un’infinita caldeirada de marisco, uno stufato di pesce e riso, vellutato, intenso, al tempo stesso delicato e con un tocco esotico, dato dall’aroma di lemon grass. Impossibile resistere, ma d’altronde viaggiare significa anche farsi stregare e catturare dai profumi locali.

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Ultima meta prima di Porto è Coimbra, per incontrare gli studenti universitari che scivolano velocemente nel labirinto di vicoli, indossando le tradizionali toghe e cappe nere. Fondata dai romani, cresciuta sotto i mori e liberata nel 1046 dai cristiani, la città ha un aspetto vivace e sorridente, con il sole che si riflette nelle placide acque del Rio Mondego. E’ celebre per la sua università, una delle più antiche d’Europa ed entrando nell’illustre Biblioteca Joanina ti ritrovi proprio in una scena del film Harry Potter: 72 scaffali custodiscono ben 60000 volumi in pelle bordeaux o verde scuro, quasi tutti anteriori al XVIII secolo, scritti per lo più in latino. Un tempio di cultura, messa al sicuro dalle tarme e dai pipistrelli, di cui si può udire lo squittio.

Infine, ecco la scanzonata Porto, per alcuni romantica, per altri festosa. La città che ha dato il nome alla nazione si trova nella regione del Douro, famosa in tutto il mondo per le sue uve, da cui proviene il “nettare denso e dolce”, il Porto.

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E’ proprio il Rio Douro a segnare il cuore del centro cittadino: da un lato le pittoresche case colorate, strette e lunghe; dall’altro, a Vila Nova de Gaia, le cantine vinicole fanno a gara a chi ha l’insegna più grande e luminosa. Di fronte ondeggiano i barcos rabelos, le barche tradizionali usate per trasportare il vino lungo il fiume, dalla forma simile a grosse gondole. La luna piena si specchia nel Douro, riempiendo di luce il lungo ponte in ferro Dom Luis I, progettato da un allievo di Gustave Eiffel. Con i suoi edifici medievali, svettanti campanili, arzigogolate chiese barocche e maestosi palazzi beaux-arts, sembra proprio una città delle fiabe, sorvolata da eleganti gabbiani.

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Il viaggio in dietro nel tempo non si ferma qui: prossima tappa Evora, nel cuore della rurale terra dell’Alentejo. Racchiusa tra possenti mura si nasconde una graziosa cittadina: per le vie anziani e fieri abitanti, col basco in testa ed una camicetta a quadri; le signore siedono di fronte alla porta di casa a filare centrini all’uncinetto. Anche la cucina è più rustica: ensopado de borrego, un saporito stufato di agnello accompagnato da pane di mais e “annaffiato” da un corposo e fruttato vino rosso della regione.

Ma è poco fuori dalle mura che si trova un luogo mistico, pieno di interrogativi: Cromeleques dos Almendres. In un bosco di maestosi alberi di sughero, come vecchi saggi messi a guardia di un terreno sacro, si apre una spianata con 95 menhir, gigantesche pietre granitiche, alte 2-3 m, disposte a formare un ovale, risalenti al Neolitico. Forse un luogo di culto? Vi si svolgevano riti legati alla fertilità? L’archeologia moderna è abbastanza concorde nell’affermare che fossero delle rudimentali statue dedicate alla figura umana. Un buon posto per sentirsi fuori dal tempo.

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Cambiamo decisamente atmosfera e percorrendo tutta la panoramica N122, su e giù per le valli brulle, o tappezzate di pini e poi ancora eucalipti a perdita d’occhio, eccoci nell’Algarve.

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I castelli lasciano il posto a candide case imbiancate a calce; le viti divengono bouganville fuxia; l’aria si riempie dell’odore del mare e il panorama si apre a lunghe distese di sabbia. L’acqua del mare è molto fredda, tra i 14° C. e i 16° C., ma le spiagge sono animate e le cittadine, come Faro, piene di vita, musica, festa.

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Nella città vecchia, i ristoranti preparano la tipica Cataplana: il cameriere porta in tavola una grossa pentola di rame, dalla forma di un disco volante; l’intenso aroma fa salire l’acquolina in bocca e annuncia un tripudio di pesce, con aragosta e tanti molluschi, in un succulento brodo di peperoni e altre verdure. Deliziosa!

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Salutiamo il Portogallo da Cabo de São Vicente, l’estremità sud-occidentale dell’Europa. Già venerato dai fenici, poi chiamato Promontorium Sacrum dai romani, deve il suo nome attuale ad un sacerdote spagnolo che fu martirizzato dai romani. Si dice che mentre ardeva vivo continuò a lodare Dio con tale convinzione da indurre alla conversione alcuni dei suoi aguzzini. Le sue spoglie furono portate qui su una barca scortata da corvi. Al tramonto, quando sembra che il sole scompaia nell’Oceano, inaspettatamente placido, guardando l’orizzonte con il vento fresco in faccia, in cima alla scogliera a strapiombo, riesci ad immaginare il brivido degli impavidi marinai che partivano alla ricerca di nuove terre.

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Questo è il Portogallo; un Paese in cui viaggiare nel tempo, perdendosi tra sapori passati e presenti, riempiendosi gli occhi di paesaggi infiniti, sempre molto variegati e suggestivi. Una terra ricca di emozioni che riaffiorano all’orizzonte nel mare, tra i bastioni in cima a un promontorio, o nelle malinconiche note del Fado per le vie di Lisbona.

(Camilla Mori)

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PROFUMO DI…CURRY! di Camilla Mori

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Credo che raccontare un viaggio significhi descrivere quel bagaglio di sapori, odori, colori, istantanee riportate a casa con sé, nella propria quotidianità.

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La Thailandia mi ha regalato molti ricordi: frammenti di storia provenienti dai templi khmer, memoria dello splendore di antiche civiltà; insegnamenti profondi, celati nei sorrisi delle imponenti statue dorate dei Buddha, tam dee, dâi dee, tam chôo-a, dâi chôo-a (fai del bene e riceverai del bene, fai del male e riceverai del male); profumi esotici, portati dal vento, provenienti dai delicati fiori bianchi degli alberi di Frangipane e tanti, tanti sapori.

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Di fronte al menù di un ristorante thailandese si può veramente provare l’imbarazzo della scelta: un panorama culinario eclettico e divertente, sempre molto piccante e audace. Tentare un croccante Pàt tai, a base di sottili noodles, saltati con uova, tofu e gamberetti, o sorseggiare un saporito green curry, in cui il sapore del kaffir lime si sposa perfettamente con il latte di cocco e del peperoncino verde?

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Se siete alla ricerca di esperienze forti allora dovete provare la Sôm-dâm, insalata di papaya verde, colorita dal rosso del peperoncino e impreziosita dall’immancabile salsa di pesce, o ancora il celebre morning glory, spinaci d’acqua saltati con abbondante aglio: vi lasceranno a bocca aperta.

Non scordiamoci poi che in Thailandia mangiare significa ‘mangiare riso’: persino il gustoso mango viene servito accompagnato da riso glutinoso, cotto a vapore.

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Nella cucina nord-orientale predomina il maiale, bollito, fritto, fermentato, sminuzzato persino nell’insalata dôm yam.

Quando volete rinfrescarvi la bocca allora potete fare una scorpacciata di frutta, ce n’è per tutti i gusti: il succoso pomelo, l’acida carambola (altrimenti detta ‘frutto stella’, per la sua caratteristica forma a cinque punte), il fresco langsat simile al litchi, il rambutan con la sua scorza pelosa, o il salak con una corazza a scaglie che racchiude una polpa morbida, dal sapore a metà tra la banana e la fragola. Il re incontrastato di tutti i frutti thailandesi è il mangostano: sotto la sua scorza violacea si cela un cuore candido di spicchi dal gusto aromatico e intenso.

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Se poi siete coraggiosi potete tentare l’assaggio del durian: sapore piuttosto viscido e odore inconfondibile e pungente, simile a quello della cipolla, tanto da essere stato “bandito” da alcuni luoghi pubblici.

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A Bangkok, come in quasi tutte le città, si può vedere e “annusare” il vero significato di ‘street food’: ad ogni angolo di strada, sui marciapiedi, o su carretti itineranti, vengono improvvisati barbecue, nelle grandi wok si frigge di tutto e nei pentoloni ribolle il curry, verde, rosso , giallo, sempre molto invitante.

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I mercati sono dei banchetti a cielo aperto, dove soddisfare ogni desiderio culinario: spiedini di carne, di pesce, di uova persino; brodo, stufato, sushi e…, per i più audaci, insetti! Larve bollite, grilli e cavallette fritte e scorpioni da sgranocchiare passeggiando.

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Avventurarsi nel cuore della Thailandia significa anche riempirsi gli occhi di paesaggi: il verde della foresta monsonica del Parco Nazionale di Khao Yai, dove elefanti convivono con coccodrilli, macachi, gibboni e splendide farfalle; l’immensità del fiume Mekong che la separa dal Laos; le distese di campi di tapioca su cui al tramonto volano come danzanti milioni di pipistrelli, che escono dalle caverne per nutrirsi.

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Un’esperienza piuttosto surreale per i nostri standard è avventurarsi per le strade della cittadina di Lopburi, nella zona settentrionale del Paese, dove le scimmie irriverenti e dispettose fanno da padrone: la loro dimora principale è il Prang Sam Yot, tempio khmer con tre torri simboleggianti Shiva, Vishnu e Brahma, ma si spingono volentieri per le strade, cercando qualcosa da rubare ai turisti sprovveduti, o saltando da un pick up all’altro, per strappare un passaggio.

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Non si può poi lasciare la Thailandia senza aver provato il celebre thai massage: non certo rilassante, coniuga le tecniche dello stretching e dello yoga, per portare benessere e armonia al corpo, riattivando tutti i centri energetici, con forza, vigore e qualche mossa piuttosto ardita!

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Infine, vi voglio descrivere un luogo che mi ha stregata, un’oasi selvaggia, un’isola in cui poter fare a meno di tutto, tranne che del costume e della voglia di avventura: Ko Kut.

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Celata nell’estremo sud est e trascurata dai turisti, specialmente d’estate quando i monsoni agitano le onde del mare, Ko Kut è un piccolo angolo di paradiso: spicchi di sabbia bianca incorniciati da palme e mangrovie; ripide cascate in cui fare il bagno in mezzo alla giungla, con i pesci che ti mordicchiano i piedi; baracche di pescatori sulle palafitte dove fermarsi a mangiare granchi, barracuda, barramundi. E la sera, guardare la luna o intrattenersi con gli abitanti dell’isola, come John che volentieri ti ospita nella sua “casa-terrazza-pub”, per bere una birra e ascoltare tanto rock.

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Questa è stata la mia Thailandia e, salutando le luci della frenetica Bangkok, ho promesso a me stessa di tornare presto; d’altronde ogni viaggio è un’avventura sempre diversa, talvolta faticosa, ma comunque piena di scoperte, esperienze che ti lasciano dentro una piccola, grande impronta!

(Camilla Mori)

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CUBA ON THE ROAD

Havana e dintorni (750)In bilico tra una vacanza, un’avventura e un viaggio nel tempo…

Cuba ti “inghiotte” e ti catapulta in dietro di settanta, ottanta anni;davvero ci separano solo 6 ore di fuso orario?

Difficile lasciare l’isola senza essersi sentiti almeno per un po’ parte di questo mondo!

Provate ad immaginare di non aver più la vostra carta di credito,il gps ad orientarvi, nessun supermercato per ogni evenienza, nessun negozio aperto ventiquattro ore e…niente internet!! E questo è solo l’inizio…

Lasciata la frenesia festosa dell’Avana, scivolando per le strade, tra bananeti, palme di cocco, immense piantagioni di canna da zucchero, su “carrettere” animate per lo più da cavalli, carretti, bici, cani, galli, talvolta maiali, sembra un altro mondo.

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Bastano pochi giorni di viaggio poi per sentirsene parte. Cominci a “masticare” un po’ di spagnolo; impari a rispondere a tono ai jineteros, sempre a caccia di turisti da adescare; ti innamori dei gustosi desayunos preparati dalla simpatica ed affettuosa signora che ti ospita nella sua Casa Particulare…sei in trappola!

Forse all’inizio ci si può sentire un po’ spaesati, non sapendo cosa aspettarsi, ma poi smetti di chiedertelo e ti godi Cuba.

Cartina stradale in una mano, macchina fotografica nell’altra, un po’ di fantasia e…non serve nient’altro: se ti perdi, c’è sempre qualcuno lungo strada a cui chiedere; per la notte, le CaseParticular sono un rifugio più che accogliente e molto economico; a cena ti puoi sbizzarrire nei Paladar e mangiare aragosta e mango fino a farseli venire a noia e per combattere il caldo puoi provare il mojito o il CocoLoco (acqua di cocco, rum e miele).

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Di città, in città, con l’aiuto di qualche Museo de la Revolución, dela LuchaClandestina, de la Comandancia del Che, attraversando immense Plaza de la Revolución, create proprio per ospitare il pueblo pronto a combattere per la propria patria, esortati lungo strada dagli immancabili cartelloni “Patria o muerte”, “Hasta la victoria siempre”, “La revolución ante todos”…, è inevitabile non essere toccati da questo forte sentido comune.

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Uno dei luoghi più coinvolgenti è Santa Clara, passata alla storia perché nel dicembre 1958 Ernesto Che Guevara e una banda di scalcinati barbudos (barbuti) fecero deragliare un treno blindato che trasportava armi e più di 350 soldati governativi: questo segnò l’inizio della fine della dittatura di FulgencioBatista e il trionfo della rivoluzione cubana. La ruspa utilizzata per l’assalto è ancora conservata nel punto esatto, dove i binari sono stati interrotti e il corso della storia è stato così cambiato.

Trinidad e dintorni (94)A Santa Clara si trova anche il mausoleo con le spoglie del Che, sormontato da un’immensa statua che lo raffigura, con la sua aria fiera, un po’ giocosa, molto umana, ma anche caparbia e combattiva; all’interno arde una fiamma perenne, accesa da Fidel Castro nel 1997, quando le spoglie del Che e di altri combattenti furono riesumate da una segreta fossa comune in Bolivia e subito religiosamente inumate in questo suggestivo monumento. “In una rivoluzione si vince o si muore” era il suo motto.

Trinidad e dintorni (100)Un altro luogo denso di storia è la caserma Moncada di Santiago, che si guadagnò fama imperitura la mattina del 26 luglio 1953, quando un centinaio di rivoluzionari, guidati dall’allora semisconosciuto Fidel Castro, assalirono le truppe di Batista in quella che all’epoca era la seconda più importante guarnigione militare di Cuba. Venne dato l’allarme e i ribelli furono presi tra due fuochi: otto di loro morirono, cinquantanove furono catturati e torturati a morte, ma fu proprio il disgusto dell’opinione pubblica per le brutali esecuzioni (le cui agghiaccianti foto sono esposte nel museo) a innescare una scintilla che  sei anni più tardi avrebbe fatto esplodere la bomba. Fidel scappò, fu catturato una settimana dopo, condannato a 15 anni e durante il processo pronunciò la celebre frase “La historia me absolverá.”.

Tutto il movimento rivoluzionario si chiama “26 de julio” proprio perché la data ha segnato il “punto di non ritorno”.

da cayo saetia a santiago (450)Così Cuba continuamente ti coinvolge nella sua storia e ti ritrovi con il naso all’in su ad ammirare uno dei tanti murales del Che, di Fidel o di Camilo. Sì, Camilo Cienfuegos, valente comandante delle truppe rivoluzionarie, secondo solo a Fidel in quanto a popolarità, fedele amico e compañero in battaglia del Che.

Durante il primo discorso ufficiale in pubblico di Fidel, con Camilo in piedi sul podio dietro di lui, dopo due ore di pontificazione, il comandante si girò e gli chiese: “Voybien Camilo?”, “Va bien Fidel!”. La frase divenne presto la parola d’ordine della rivoluzione, rafforzata dal fatto che in quel preciso istante una colomba bianca si posò sulla spalla di Fidel.

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La storia è accecante a Cuba, ma la musica è assordante! Nelle piazze, per le strade, dalle case con le porte sempre spalancate, suonata da complessi più o meno improvvisati, la salsa è ovunque e, per quanto tu sia stanco dalla giornata trascorsa da viaggiatore, la voglia di seguirne il ritmo è forte. Poi ti ci abitui e diviene la colonna sonora del viaggio, insieme alle melodie anni ’30 di Benny Moré, il Frank Sinatra cubano.

Altra cosa a cui inevitabilmente finisci per abituarti ed affezionarti è la vita per strada, tra i vicoli colorati, punteggiati di casette coloniali, decadenti, sonnolenti, ma fascinose: chi gioca a domino, chi chiacchera, chi osserva svogliato, chi vende frutta o pan suave y mantequilla (pane soffice e burro), chi non fa proprio nulla, ma le porte non sono mai chiuse e le città sembrano un unico immenso luogo di ritrovo.

Credo sia difficile soffrire di solitudine in un posto del genere ed anche te, turista-viaggiatore, cominci a fare amicizia per strada, a chiacchierare con compañeros che ti accompagnano lungo il tragitto, parlando di tutto, per lo più raccontandosi a vicenda i propri diversi mondi.

Trinidad e dintorni (188)Una delle zone paesaggisticamente più suggestive è la Valle de Viñales, nell’estremo ovest, incassata in modo spettacolare all’interno della montuosa Sierra de losÓrganos. Lunga 11 km e larga 5, è stata dichiarata nel 1999 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO per le sue surreali formazioni calcaree dalla cima piatta (mogotes), che si elevano come enormi mucchi di fieno sulle fertili piantagioni di tabacco.

Vinales e dintorni (88)In origine l’intera zona era più elevata di alcune centinaia di metri, ma, durante il cretaceo, una rete sotterranea di corsi d’acqua favorì l’erosione del calcare, creando grandi caverne, come la Gran Caverna de Santo Tomás, esplorabile per 1 km (è composta da ben 46 km di gallerie su otto livelli), muniti d caschetto e lampada frontale. Qui si trova anche il Mural de la Prehistoria: un murales lungo 120 m, realizzato sul fianco di un mogote nel 1961 da LeovigildoGonzálezMorillo, un seguace del pittore messicano Diego Riveira. Dipinto su una roccia ai piedi della Sierra de Viñales, questo murales mastodontico, commissionato da Fidel con l’intento di rappresentare l’evoluzione dell’uomo socialista, richiese il lavoro di diciotto persone per ben cinque anni.

Vinales e dintorni (77)La vera “attrattiva” della zona è, però, la coltivazione del tabacco ad opera dei vegueroso campesinos, i tipici contadini con cappellone di paglia e camicia bianca, che si prendono cura con dedizione dei campi e delle loro finca. Volentieri ti accompagnano in lunghe passeggiate tra le coltivazioni, spiegando nei dettagli come si arriva a produrre un buon cohiba. I semi vengono posti in un miscuglio di sabbia e cenere, nei mesi di settembre-ottobre e, dopo quarantacinque giorni, i germogli vengono trapiantati nei campi, in lunghi filari. Quando la pianta raggiunge l’altezza di un metro e mezzo, viene recisa la gemma centrale, per favorire la crescita delle foglie. Queste si raccolgono da gennaio a marzo e vengono poste ad essiccare nei secaderos, enormi capanni di foglie di palma. Qui vengono lasciate per circa due mesi, poi l’80% del raccolto viene mandato allo Stato, mentre il 20% resta alla famiglia del veguero. Ora è il momento della fermentazione, che il campesino effettua in maniera completamente naturale: ogni foglia viene spruzzata con una mistura di rum, miele, arancia, lime e guayava (tipico frutto cubano, con la buccia verde e la polpa rosa) e poi posta in una sorta di baule fatto con la parte più esterna del tronco del banano. Le foglie di tabacco così si conservano con la giusta umidità necessaria per essere poi ritorte a formare un buon sigaro artigianale; impossibile lasciare l’isola senza averne provato uno, al tramonto, osservando il sole che tinteggia di rosso i mogotes.

Vinales e dintorni (171)E quando, infine, siete stanchi di esplorare le strade di Cuba, piene di buche ma anche di scorci mozzafiato, potete stendervi sulla sabbia bianca di un Cayo o di una lunga Playa, all’ombra di una mangrovia, sorseggiando Daiquiri proprio come Hemingway.

Trinidad e dintorni (523)Romantica, vivace, rivoluzionaria, Cuba penetra nel cuore e torni a casa con gli occhi pieni di immagini di vita quotidiana, nelle orecchie ancora la salsa, conservando l’odore del tabacco e il sapore dei gustosi frutti tropicali.

(Camilla Mori)

Georgia, la vinificazione nei Kvevri fra i Patrimoni dell’Unesco

anfore georgianeNel clima mite del Mar Nero, quasi mediterraneo, la coltivazione della vite risale addirittura a 6.000 anni fa, testimoniata dal ritrovamento di un attrezzo agricolo, risalente al 3° millenio A.C., tuttora gelosamente conservato nel Museo Nazionale della Georgia. Alcuni studiosi sostengono che la parola “vino” derivi dal georgiano “gvino”, che da sempre riveste un ruolo centrale nell’ospitalità e nella cultura georgiana, citato già da Omero nell’Odissea dove narra di vini profumati e frizzanti della Colchide (oggi Georgia occidentale) e da Apollonio Rodio che, nelle “Argonautiche”, racconta la scoperta degli Argonauti di una fontana stillante vino nel palazzo di Aieti (in Colchide).

Georgia anforeKakheti (52% dei vigneti), Imereti (22%) e Racha-Lechkumi (4-5%) le regioni a maggiore vocazione agricola. Oltre 400 le varietà d’uva dalle quali si ricavano i più blasonati vini georgiani: “Mukhuzani”, amarognolo, dal gusto piacevole; “Tetra”, amarognolo e lievemente paglierino; “Teliani”, rubino e lievemente ambrato; “Manavis”, frizzante e dolce; “Kindzmarauli”, con retrogusto di miele; “Tibaani”, dal gusto fruttato e, infine, “Khvanchkara”, ambrato e vellutato. Georgia rurale, SvanetiAncora oggi nelle case viene prodotto vino per autoconsumo, secondo antichissime ricette, all’interno del “kvevri” (letteralmente “anfora”), un ampio contenitore di terracotta ovale, modellato a mano senza usare il tornio da vasaio e cotto, dopo l’asciugatura, in speciali forni di ceramica. Interrato all’interno di cantine in muratura (“marani”) dalla quale sporge un collo viene successivamente sigillato da piastrelle di pietra, per circa 4 mesi con il liquido ed i pressati d’uva. Attiguo ai marani e ai chur-marani si trova il locale della pigiatura, chiamato satsnakheli (come il tradizionale torchio georgiano). Kvevri, il metodo tradizionale di vinificazione georgiano nelle anfore, dal 4 dicembre 2013, è stato inserito nei Patrimoni dell’Umanità Unesco nel corso dell’8a sessione del Comitato Intergovernativo per la Protezione del Patrimonio a Baku, in Azerbaijan.

Info www.georgia.travel, www.viaggilevi.com

 

Nel Caucaso alla ricerca del vello d’oro

UshguliIncuneata fra il Mar Nero e il Mar Caspio, crocevia dei traffici commerciali fra Occidente ed Oriente lungo la Via della Seta, la Georgia ha subito infinite invasioni, ognuna delle quali ha lasciato tracce indelebili nella cultura, nell’arte e nella letteratura, ancora visibili ai giorni nostri. Quando per i greci era Colchide, la mitica terra del vello d’oro rapito da Giasone e dagli Argonauti, la Georgia fu la seconda nazione nel mondo, dopo l’Armenia, ad accogliere il Cristianesimo, che nel 337 divenne religione di stato, autonoma dal Patriarcato di Antiochia.

Mount KazbegiTerra selvaggia dai forti contrasti lungo la Grande Strada Militare Georgiana, incastonata fra due catene montuose, il Grande Caucaso a nord e il Piccolo Caucaso a sud, dove aquile e avvoltoi sfiorano torri di guardia, antiche fortezze e monasteri rupestri lungo sentieri solitari dove, ancora oggi, nelle zone montuose della Colchide, sulle sponde orientali del Mar Nero, s’incontrano lungo la strada pastori-cercatori d’oro seminomadi, che utilizzano un setaccio ricavato principalmente dal vello di ariete, nelle cui fibre si incastrano le pagliuzze di oro.

monastero GeorgiaDa Mtskheta, l’antica capitale del Regno di Georgia dove nacque il Cristianesimo, con la chiesa di Jvari e la Cattedrale di Svetitskhoveli, entrambe inserite nel Patrimonio mondiale dell’Unesco, a Sighnaghi, la perla del Kakheti fino a Davit Gareja, lo stupefacente monastero ortodosso georgiano scavato nella roccia al confine con l’Azerbaijan, Uplistsikhe, la Città Scavata nella Roccia dove le tracce delle carovane sono conservate ancora lungo le colline fino a Svaneti, la regione montuosa Patrimonio dell’Unesco paradiso del trekking, disseminata da villaggi dove il tempo sembra essersi fermato. Fino a Gori, città natale di Josif Stalin con la fortezza scavata nella roccia, e a Ushguli (2200), località abitata più alta d’Europa, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco grazie alle oltre venti torri svan ancora visibili.

khinkaliSe l’ultima eruzione del Monte Kazbegi (5047m), il secondo vulcano più elevato del Caucaso, è collocabile attorno al 750 a.C, la Georgia, amata da Puskin e Dumas, la terra natia di Shevardnadze, protagonista della Perestroika, il presidente georgiano fra gli artefici delle riforme gorbacioviane che portarono alla fine della Guerra fredda e al crollo dell’Unione Sovietica, guarda al futuro. Passato e futuro s’intrecciano nei vicoli di Tbilisi, la capitale attraversata dal fiume Mtkvari, dove differenti religioni, diversità e ricchezza al tempo stesso, si sfiorano senza scalfirsi, ogni giorno, nell’unica moschea ancora esistente (risalente al 1864), nel tempio zoroastriano e nelle chiese.

 

(Laura Colognesi)

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Avventura foodie australiana al “Margaret River Gourmet Escape” Festival

!cid_1207F09F-FB2C-47B9-A301-9A73FCC3F9CF@labs_pbsExcellent Gusto incontra l’acclamato chef britannico Heston Blumenthal e l’icona del
mondo culinario australiano Peter Gilmore alla conferenza stampa tenutasi al Crown
Metropol di Perth sul Festival Gourmet Escape 2014. La conferenza si e’ aperta con i
saluti dell’Onorevole John Day. Per Blumenthal cucinare vuol dire sperimentare; per
Gilmore è pensiero ed espressione dei prodotti locali. Un incontro tra due culture e due
modi di “sentire” che si sono uniti nella considerazione che l’anima della felicità è anche
la “buona cucina”!
Uno dei punti caldi della biodiversità del mondo è la regione di Margaret River, nel sudovest
del Western Australia, che dal 21 al 23 novembre e’ stata cornice dello
straordinario Festival Gourmet Escape presentato da Siemens. Gourmet Escape e’ tra
gli eventi top al mondo che rappresentano una grande vetrina del cibo e del vino, “un
vero sogno per i foodies!”, lo descrive così lo chef George Calombaris. “Non penso che ci
siano sul pianeta altri eventi enogastronomici come questo!”, afferma Heston
Blumenthal. !cid_DFBFD3A5-026C-473A-82DF-5D98B506BE50@labs_pbsCibo e vino diventano celebrazione di una Terra e di una storia attraverso
spettacolari attrazioni interattive dedicate a tutti gli amanti dell’enogastronomia, della
musica e del divertimento. Fantastica la performance del leggendario Neil Finn in
concerto con gli amici Gurrumul e Megan Washington! Al Gourmet Escape i visitatori,
non solo australiani, hanno conosciuto le famose cantine di Margaret River, visitato i
villaggi e parlato con i produttori locali e gli chef. “Stare qua è come essere un bambino
in un negozio di caramelle! I veri protagonisti sono i produttori e gli agricoltori e i prodotti
sono fantastici!” commenta lo chef Darren Robertson. Ognuno ha potuto scoprire un
territorio incredibilmente caratteristico, una regione unica al mondo che combina bellezza
dell’ambiente, clima, cibo, profumi, prodotti autoctoni, atmosfera, spirito.
Margaret River è l’unica regione del vino in Australia che vanta bellissime
spiagge incontaminate, spettacolari boschi di alto fusto, grotte risalenti a 40.000 anni fa,
luoghi irripetibili, che danno emozioni forti e indimenticabili. !cid_FB379C44-952D-4B70-8C4B-AC357A6CBF3C@labs_pbsGourmet Escape,
presentando i prodotti di qualità di Margaret River attraverso aziende locali vinicole di fama
mondiale, ha richiamato fino ad oggi l’interesse di ben oltre 50 ambasciatori internazionali
che ne hanno parlato e dei migliori chef del mondo ed esperti del vino. Si parla di Heston
Blumenthal, Massimo Bottura lo chef “artigiano”, Peter Gilmore, Rick Stein, George
Calombaris, Matt Stone, lo “chef pensatore” Davide Scabin, Sat Bains, lo chef
aborigeno Mark Olive ed altri talenti che, insieme ai talentuosi chef locali, hanno
sperimentato i prodotti e condiviso storie culinarie, regalando magiche
esperienze culturali e di gusto. Il Programma del Festival 2014 ha compreso più di 15
eventi satelliti in tutta la regione, con oltre 120 produttori locali di alta qualità. Hanno
presentato e commentato i vari eventi celebri giornalisti e critici nazionali e internazionali
del mondo enogastronomico come Matt Preston, A.A. Gill, Anna Gare, Rebecca
Sullivan, Nick Stock.
!cid_B2137A90-A372-4A50-B2F7-25480CF84F05@labs_pbsA.A. Gill sottolinea “una cosa particolarmente brillante di questo
food festival e’ che non e’ in un centro conferenze o in città, ma in questo incredibile
paesaggio!”.
Cuore del Gourmet Escape è stato il Gourmet Village situato nella splendida tenuta
vinicola Leeuwin Estate. Il Gourmet Village ha raccolto in una sola location i migliori
ristoranti, vini, birre, cibo della regione. I visitatori hanno potuto partecipare a tavole
rotonde e stringere la mano alle stelle culinarie che hanno guidato degustazioni,
dimostrazioni di cucina e corsi di perfezionamento, sedendosi con loro a tavola per
assaggiare piatti unici e i vini eccellenti. !cid_510250BC-7822-41AE-83D6-0E1396B0558E@labs_pbsEducare il pubblico sul vino e i prodotti locali e
fornire piattaforme di vendita alle aziende hanno creato il successo del Festival. Il
Gourmet Escape – dichiara Gwyn Dolphin, Direttore per gli Eventi del Tourism Western
Australia – valorizza l’eccellente offerta enogastronomica locale al fine di promuovere il
Western Australia come destinazione turistica. La presenza di importanti chef
internazionali assicura una visibilità mondiale all’evento e vede l’Australia in prima linea
favorire il dibattito globale sui temi del cibo che, nella giovane Australia moderna, sviluppa
un “Food Thinking” libero da preconcetti.
Excellent Gusto vuole ringraziare Janine Pittaway, Responsabile di Bright
Communications, nostra instancabile guida al Festival.
(Cristina Laziosi – Excellent Gusto)

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Gujarat, fra gli ultimi nomadi del deserto del Kutch

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Testi e foto di Laura Colognesi

“Aavo Padharo” (“benvenuto”) ripetono con un sorriso in lingua gujarati gli abitanti del Gujarat, estrema propaggine occidentale della penisola indiana al confine con il Pakistan, dove il turismo non è ancora arrivato e l’India mette a nudo la sua anima più autentica. Da Bhuj, il capoluogo del Kutch a due ore di volo a nord di Mumbai, con il suggestivo Aina Mahal, il “Palazzo degli Specchi” costruito nel XVIII secolo, e il Prag Mahal, il palazzo voluto dal reggente Rao Pragmalji II, la strada verso nord si addentra nel Rann (“palude salata”) di Kutch, il Grande Deserto ai confini con il deserto pakistano del Sindh, dove vivono le etnie dei nomadi Rabari, Banni e Koli. Sguardi che penetrano, uomini e donne in silenziosa processione ai bordi delle strade, polverose e assolate, spesso in condizioni precarie. Sguardi intensi e fieri di donne spose troppo presto, nel paese che conta il più alto numero di matrimoni infantili del mondo, dove nei villaggi disseminati qua e là l’istruzione è ancora un miraggio. Un viaggio in India è una lezione di vita, intima e introspettiva, che costringe a fare i conti con se stessi, e lo è ancora di più nel Gujarat, la regione più autentica ed originale, che ha fornito alla storia il maggior numero di rja e maharaja, patria di Mahatma Gandhi, la Grande Anima dell’India, che nacque a Porbandar nel 1869.
DSCN8463Il monsone estivo riempie di acqua il deserto piatto, esteso per circa 30.000 km², fatto di argilla salata e aree fangose a un’altitudine di 15 metri sul livello del mare, sorvolato da uccelli migratori e popolato dagli ultimi esemplari di khur, l’asino selvatico dell’Asia. La natura crea così un mosaico di isolette sabbiose di cespugli spinosi, luogo di svernamento per grandi stormi di fenicotteri rosa, che di tanto in tanto si alzano in volo rompendo il silenzio assordante. Qua e là i villaggi delle comunità pastorali. Le donne dai capelli corvini e dalle ciglia folte che filano tessuti dai colori vivacissimi, resi unici da disegni stampati, diversi da villaggio a villaggio, e svolgono i più duri lavori manuali, indossando con fierezza bellissimi abiti dai colori sgarcianti, forti e penetranti, impreziositi da pesanti gioielli mentre gli uomini assicurano il sostentamento allevando le greggi.
DSCN8561Tutta la vita qui, su una strada. “La vera casa non è una casa, ma la strada e la vita è un viaggio da fare a piedi” diceva lo scrittore britannico Bruce Chatwin. Chi lavora, chi si riposa, chi mangia.
Un pittoresco andirivieni di un mondo lontano, ancora incontaminato, non intristito e globalizzato dal progresso, che cerca di restare se stesso. Senza fretta né ansie, spontaneo e senza malizia, ognuno al suo posto vive la propria semplice esistenza. Un modo diverso di affrontare il quotidiano, a cui noi europei non siamo più abituati. Una terra che ha rappresentato soprattutto la roccaforte storica dello jainismo, il movimento religioso dell’estremismo ascetico dei santoni nudi e della non violenza portata all’esasperazione, tanto da far indossare i suoi adepti una mascherina sulla bocca per non uccidere i microbi e pulire la strada con una scopa per non calpestare gli insetti. Il divieto imposto di coltivare la terra, pescare o allevare animali ha esaltato la creatività, con la produzione di eccellenti tessuti con disegni dai colori brillanti, mobili laccati e oreficeria di alto valore.
DSCN8427Lungo la strada un’ordinata moltitudine di uomini e donne percorre a volte centinaia di chilometri per i pellegrinaggi, anche quando il sole non illumina più la via. Carri trainati da buoi, animali, individui spuntano all’improvviso, illuminati dagli abbaglianti e, altrettanto all’improvviso, scompaiono dallo specchietto retrovisore. Nulla sembra turbare la loro tranquilla esistenza e le loro millenarie tradizioni. Sostano in raduni improvvisati ai bordi della strada, seduti per terra, dove presente e futuro si mescolano senza scalfirsi. Vecchie signore cucinano antiche ricette mentre bambine dall’aria felice fotografano con gli smartphone i rari europei di passaggio. La tecnologia sta arrivando ma non sempre porta felicità. Da Bhuj si guida verso Bajana, attraversando il Tropico del Cancro, sostando nelle postazioni semi-nomadi delle tribù pastorali.
Gujarat, donnaTutto attorno sconfinate pianure aride e deserti stopposi. Ma il senso del viaggio è qui, ai bordi della strada asfaltata. Vicino ma mai così lontano.Da lontano si scorge una tenda enorme, abitata dagli Jat, una delle ultime tribù di pastori nomadi, dove le donne sposate, poco più che bambine, indossano con fierezza un enorme anello infilato nel naso fino ad anno dopo il matriomonio. Solo una guida riesce ad avvicinarli. Un microcosmo patriarcale apparentemente autosufficiente, non addomesticato, dove le donne lavorano i tessuti che solo gli uomini, dediti alla terra e alla pastorizia, rivendono nei mercati vicini. Quasi spoglio l’interno della tenda, senza accessori, elettrodomestici, televisione.
processione di donneMa sorridono, hanno l’aria felice, hanno bisogno di poco per sopravvivere.Ogni sei mesi, quando il monsone arriva, spostano la loro tenda e la loro routine in un altro luogo, senza nome. Questo incontro, anche se fugace e reso complicato dalle difficoltà linguistiche, vale da solo il viaggio. Felici con niente e nel niente. Al contrario di molti europei, troppo spesso indaraffati a cercare il souvenir ad ogni costo, in modo quasi compulsivo, senza il tempo di cogliere le grandi storie dai piccoli dettagli. A nord del Tropico del Cancro, su un’arida e vasta distesa, il Deserto Bianco segna il confine naturale con il Pakistan. Un luogo surreale, immenso, completamente sommerso durante la stagione dei monsoni. Il più grande deserto di sale del mondo, esteso su circa 10.000 km quadrati dove, nella solitudine, si avverte la coscienza dei propri limiti.
cucina GujaratLungo la strada ogni sosta è una scoperta. Sfruttare le risorse del territorio è la prima regola su cui si basa ogni società. Come le donne della comunità Ahir intente al ricamo a mano nel villaggio di Dhaneti e, non lontano, gli artigiani tessili Ajrakh, nel villaggio di Dhamadka, abili ideatori di una tecnica per la stampa dei tessuti ottenuta dall’utilizzo di blocchi scolpiti con i motivi a rilievo. Alcuni villaggi non hanno nome, sono strade di fango in mezzo al nulla, con poche case costruite vicino a fonti d’acqua, ma i sorrisi contagiosi e spontanei dei bambini sono qualcosa che rimane dentro, anche a distanza di mesi. E’ il grande tesoro, inestimabile, dell’India.
DSCN8303All’alba, in fuoristrada, si guida verso il Piccolo Deserto di Kutch, landa disabitata dove le tribù locali estraggono il sale dal sottosuolo, pompando l’acqua dalle falde sotterranee. Verso l’Est si intensificano le città, e svanisce il silenzio del deserto. Modhera, con l’imponente Tempio del Sole costruito nel 1026 sulla riva del fiume Pushpavati da re Bhima I della dinastia Solanki, progettato – come il più celebre tempio di Konarak – in modo che durante gli equinozi i raggi del sole nascente illuminassero, attraverso la porta principale, l’immagine di Surya, il Dio del Sole, eretta all’interno del Sancta Sanctorum.
DSCN8421Lungo la strada, in direzione nord-est, si sosta a Patan, l’antica capitale hindu con il Rani-Ki-Vav (“Pozzo a gradini della Regina”), un “baoli” (tipico pozzo a gradoni su più strati del Gujarat), un’opera di eccellente ingegneria, unica nel suo genere, costruita nel periodo dei Solanki o Chalukya, rivolta verso est e che misura approssimativamente 64 m di lunghezza, 20 m di larghezza e 27 m di profondità, incisa con splendide figure, di straordinaria eleganza. Una piccola porta sotto l’ultimo gradino del pozzo conduce all’ingresso di una galleria di 30 chilometri (ora bloccata da pietre e fango) che conduce alla città di Sidhpur, vicino a Patan, usata come via di fuga per il re che costruì il pozzo in tempo di guerra. A Patan, dove si può anche pranzare a casa dei locali (www.patanpatola.com, su prenotazione, 10 USD), si filano i “patola”, i sari in seta, realizzati secondo un’antica tecnica raffinata e complessa, in cui il filato viene dipinto creando il disegno prima della tessitura. Proseguendo verso sud, fra villaggi via via più numerosi, con mercati colorati, intrisi di sapori e vecchi mestieri, si giunge a Ahmedabad, la città fortificata fondata nel 1411 dal sultano Ahmed Shah, che la adornò di splendidi monumenti indo-islamici e forti, testimonianza delle numerose battaglie, assedi e conquiste mughais, marathas e britanniche. DSCN8398Sesta città dell’India per numero di abitanti, divenne un importante centro tessile durante lo sviluppo industriale del XVIII sec., ancora oggi famosa per la produzione di splendidi tessuti. Capoluogo economico e culturale, nel 1915 Ahmedabad divenne sede del Sabarmati Ashram, il quartier generale di Gandhi (tutt’ora visitabile e molto toccante) sulle rive del fiume Sabarmati, durante la lotta per l’indipendenza dell’India. Da qui, il 12 marzo 1930, Gandhi partì per la famosa “Marcia del Sale” fino al Golfo di Cambay, in segno di protesta contro il monopolio governativo sulla produzione e la vendita di sale. Il fiume divide la città in due zone. Sulla riva orientale, a Badhra, oltre alla città vecchia, sorgono le maggiori attrazioni turistiche. Ovunque un disordinato e colorato andirivieni di tuk-tuk, motorini, furgoni, un gigantesco “flipper umano” in cui tutti suonano, si sfiorano ma nessuno si ferma. E nessuno mai si scontra. Dalla stazione centrale si percorre la Gandhi Road fino al “Teen Darwaja”, la porta in pietra scolpita a triplice arcata percorsa un tempo dai cortei regali che lasciavano il palazzo per assistere alla preghiera del venerdì presso la Grande Moschea (Jami Masjid), edificata dal Sultano Ahmed Shah e composta da 15 cupole, sostenute da ben 260 colonne con incisioni molto elaborate. Varcata la porta si accede al bazar costituito da un dedalo di viuzze dette “pols” ove si affacciano botteghe spesso minuscole e antichi palazzi con facciate decorate in legno scolpito fino a Manek Chowk, la grande piazza-mercato dove si vendono oggetti artigianali in ottone. Verso sud si prosegue per Vadodara (o Baroda), dove merita una sosta il sontuoso palazzo in stile indo-saraceno Laxmi Vilas Palace, costruito nel XVI secolo dal Maharaja Sayajirao Gaekwad III, su un terreno di oltre 700 acri, senza badare a spese.
Ma la nostra anima è rimasta con gli ultimi nomadi del deserto.

DSCN8265CUCINA DEL GUJARAT: essenzialmente vegetariana dovuta all’influenza dello jainismo. Il tipico “Gujarati Thali”, il cui nome deriva dal piatto dove viene servito, è una combinazione di verdure e spezie, piccanti o dolci, disposte in piccoli assaggi in un unico piatto, da assaggiare con salse tipiche e riso. Si mangia con le mani. Fra i piatti più diffusi del Gujarat, il “khadi” (curry composto da latticello chhash e gram fluoro, di solito dolce o piccante), il “Puran Poli” (noto anche come Vedmi, pane riempito con ripieno dolce), il “Dhana capsicum nu Shaak” (coriandolo secco con peperoncino e farina di ceci al curry) e il “Doodhpak” (budino di riso fatto con latte e zucchero bollente e aromatizzato con cardamomo, uvetta, zafferano, anacardi, pistacchi o mandorle; servito come dessert). Il curry, parola inglese che deriva dall’indiano “kari” che significa salsa speziata, in India non è una polvere preconfezionata identica ovunque, ma una mescolanza di tante spezie come il coriandolo, la noce moscata, lo zenzero, i semi di papavero ed altre ancora disposte in varie combinazioni. Preparato quindi in modo assai diverso da regione a regione, il curry costituisce una delle basi della cucina indiana.
Per approfondire: “The Complete Gujarati Cook Book” (Tarla Dalal, 1999).
Dove assaggiare il Gujarati Thali: The House of Mangaldas Girdhardas (Ahmedabad, www.houseofmg.com, su un’incantevole terrazza.

lavaggio dei tessuti nei villaggiDA SAPERE PRIMA DI PARTIRE
Quando andare: da settembre/ottobre a marzo.
Documenti: visto consolare ottenibile in circa 10 giorni.
Ufficio Nazionale del turismo indiano: Tel 02 804952, info@IndiaTourismMilan.com, www.IndiaTourismMilan.com
Viaggio in Gujarat: con “I Viaggi di Maurizio Levi” (Tel 02 3493 4528, www.viaggilevi.com), itinerario di 15 giorni con partenze il 25 febbraio e 28 marzo 2015, da 2.750 euro in doppia.
Turismo Gujarat: http://www.gujarattourism.com
Come arrivare: Swiss Air, www.swiss.com, voli di linea da Milano e Roma per Mumbai.